Tutti abbiamo il nostro vaso di Pandora. Sappiamo che è lì l’abbiamo chiuso ci abbiamo messo tutto quello che volavamo scordare o nascondere. Il mio vaso in realtà è una cassa. Da quella cassa ogni tanto si sente qualche rumore. I colpi sono incessanti, ed allora vado, la guardo: la mia è di velluto viola scuro ricamato in nero, con i bordi in oro e dei gigli grandi sempre del nobile metallo per ogni lato, è un parallelepipedo.
La scatola non è chiusa da nessuna serratura, non ha sicurezza, sono forte, più volte l’ho guardata sfiorandola.
Ho sempre saputo gestire le cose che sono li dentro, qualcuna l’ho fatta uscire per discuterci un po’ e ragionare se fosse giusto che rimanesse rinchiusa ancora. In tutta onestà qualcosa se ne uscita così senza preavviso, irrompendo nel fragile equilibrio che è la normalità. Alcune cose sono andate a finire lì dentro e le ho addirittura scordate.
La mia scatola di Pandora è là nel buio illuminata da una piccola luce conica che viene dall’alto.
Oggi per una strana serie di circostanze, ha fatto rumore, sono andato, mi ha consigliato di fare un paio di cose. Ho visto la gioia, non la mia, colori, talento, vita, amici d’altri. Ho provato un brivido di invidia, sensazione di solito a me aliena, a quel punto stavo per aprirla, per far uscire quella voce che mi ha chiamato, per dire quella foto l’ho fatta io, ma poi da buon domatore ho subito richiuso lo spiraglio che si era aperto. Ho fatto un passo indietro, ho guardato la scatola, ho girato le spalle e sono sparito nel buio tra il rumore dei miei passi nel silenzio.
Cio che è stato non sarà, ciò che era è stato, ma sopratutto “Cara Valentina il tempo non fa il suo dovere. E a volte peggiora le cose.”
