Leggero

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Ieri scorrevo Facebook, non lo faccio spesso, ma recentemente con un certa frequenza in più. Scrollando vedo due visi dell’anteprima di un video, due volti immortalati tanti anni fa. Lei una ragazzina, lui pure. Queste persone poi sarebbero venute nel mio stesso Liceo. Lui se ne andato tanti anni fa, troppo presto, veramente troppo presto. Avevo saputo del triste evento dopo la fine delle superiori, purtroppo non si rimane in contatto con tutti. Nella nostra scuola c’era una buona atmosfera, non eravamo molti, e ci conoscevamo un po’ tutti e con la loro classe c’ero andato in gita e li conoscevo.

Ho visto il video e mi sono commosso, profondamente, per diversi motivi: rivedere tra quelle riprese delle persone che ricordavo, in un’eterna giovinezza, la scuola dove sono andato, e poi, sopratutto, vedere un ragazzo pieno di vita, che si stava godendo tanta spensieratezza. Fino alla fine delle superiori l’unico problema è schivare le interrogazioni, decidere dove andare sabato pomeriggio, e per chi aveva i genitori più permissivi, decidere dove andare il sabato sera. Nel video, alternato alle foto, tutta la “cazzaraggine” tipica di quell’età. Tutti a ridere, con tanto di imitazione di Tafazzi!
In questo momento quella stagione della vita comincia ad allontanarsi, la distanza è tale che vedere quel video mi ha ricordato di quanto sia cresciuto, quei visi che allora mi sembravano grandi, perché ci sentivamo un po’ tutti grandi, ora li vedo per quello che sono: volti di ragazzini. Tutto è cambiato intorno, tutto era diverso nel secolo scorso.
La vita è imprevedibile e lascia agire la morte impietosa e decisamente ingiusta.
Ho pensato che sarei potuto essere io ad andarmene, ho immaginato che cosa avrebbe potuto fare quel ragazzo oggi, e poi inevitabilmente ho pensato ad altri amici con i quali non potrò più andarmi a bere una birra. E mi sono posto una domanda: “ho usato bene il mio tempo?”, sono frasi banali ma è così, diamo per scontato il domani, la presenza degli amici, dei nostri cari, senza pensare che purtroppo le cose cambiano, all’improvviso, spietatamente.
Ho avuto la grande fortuna di poter chiedere scusa ad una persona per una parola di troppo che dissi tantissimi anni fa, e quella persona non c’è più, il destino mi ha dato la possibilità di riconciliarmi con un gran bravo ragazzo e tutto questo successe proprio durante le superiori quando, in modo prepotente, la morte si è fatta vedere.
L’unico conforto che ci rimane è ricordare chi è andato così presto, e magra consolazione, la memoria del loro viso congelato in quella infinita giovinezza: le loro vite si sono interrotte nel pieno della felicità senza farsi contaminare da questa vita incomprensibile. Il loro ricordo a dirci che non dobbiamo sprecare la fortuna di essere ancora qui, e di vivere un po’ anche per loro. Il suono della loro voce sepolto nella memoria, sperando di sentirli di nuovo dirci “ciao” con un sorriso.

A tutti quelli le cui strade ho incrociato e che non ci sono più, sperando siano in un posto migliore e più giusto.

This must be the place

Il cinema italiano in generale ha sepolto i fasti degl’anni d’oro. Ogni tanto però, e con frequenza annuale si riesce a vedere un film degno di nota.

Con grande sorpresa This must be the place ci regala un viaggio attraverso la vita di una persona che ha scelto di abbandonare i fasti dello showbiz a seguito di un evento non meglio precisato ma intuibile poi nello svolgersi degli eventi. Un incredibile Sean Penn che si trasforma in Cheyenne un incrocio tra Ozzy Osbourne e Robert Smith improbabile ma credibilissimo. Il suo personaggio, grazie alla fortuna avuta negli anni 80 non deve lavorare per vivere, e si trascina in una noiosa routine quotidiana: spesa, cucina, casa, cane, “pelota”. A sorregerlo una incredibile moglie, un vero amore condiviso tra i due da più di 35 anni che il protagonista non tradirà neanche avendone l’occasione. Unico raggio di sole al di fuori di questa routine è il rapporto con la giovane Mary, “darkettona”, presa a cuore dalla ex-rockstar come una figlia. Ogni avvenimento viene affrontato da Cheyenne con una ingenuità disarmante la sua perenne adolescenza chiusa in un corpo di vecchio uomo. Gli chiedono quanti anni abbia e lui risponde “Quanti ne vedi sotto al cerone?”. Tutti i gesti del protagonista sembrano ripetersi all’infinito. A rompere tutto la morte del padre in America dove si scoprono le origini ebraiche abbandonate dal protagonista e dove inizia la seconda parte del film in cui Cheyenne va in cerca dell’aguzziono tedesco del padre nel campo di concentramento di Auschwitz: Ma non aspettatevi nessun accenno di rabbia o altro, tutto rimane sempre così in un irreale equilibrio.

Il film ha tempi dilatati, non è il solito susseguirsi accellerato di scene a cui ci hanno abituato le sale. Come Cheyenne la narrazione ha i suoi tempi di reazione, il suo ritmo calmo: le pause e le ingenue battute diventano comiche più di complicati giri di parole o della demenzialità di molte pellicole. Bellissima la fotografia, fuori dai fasti delle metropoli ed immersa nell’america profonda e poco battuta anche dalle stesse produzioni Hollywoodiane. Sarà per me memorabile la scena dove Cheyenne fissa il pistacchio gigante.
Il film in realtà racconta il cammino di Cheyenne che ha perso il rapporto con il padre da più d trent’anni e che cerca in realtà un perchè della sua esistenza anche se al telefono dice alla moglie “sono in America, mica in India”.

Un cameo di David Byrne impreziosisce il film con un dialogo incredibile sul significato di “Arte” tra Byrne stesso e Cheyenne.
Un film coinvolgente, da vedere, che vi chiede solo di immedesimarvi nel protagonista per coglierne appieno le sfumature.

IMDB: This must be the place

Perle di saggezza

Anche i miei amici non scherzano quanto a follia, oggi mi arriva una mail che recita così:

LUI: “Secondo te, andare al cesso a c***re e cominciare a pensare a come costruire una società più equa mettendo d’accordo le varie religioni e gli atei/agnostici creando un software con i metodi fortemente tipizzati…

che significa?”


IO: “Che sei stitico…”